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Garibaldi e il chirurgo fiorentino

Garibaldi e il chirurgo fiorentino

fattori garibaldi ad aspromonte small«Vuoi tu, dunque, amico caro, ch’io ti racconti quel che videro i miei occhi ed udirono i miei orecchi nell’avventurosa corsa che facemmo da Genova a Marsala ne’ primi giorni di maggio del 1860, quando saltò in testa a Garibaldi il ticchio di fare quella che parve da principio una gran pazzia, e fu giudicata di poi opera egregia e principalissima tra le sue più belle?». Così Giuseppe Bandi, giornalista, maremmano ma che a Livorno fondò il Telegrafo, inizia a narrare nel suo libro I Mille la spedizione che cambiò l’Italia. La storia di Garibaldi e la Toscana comincia però molto prima di quel fatidico 1860 ed il racconto del rapporto tra il ribelle e i figli dell’Etruria percorre oltre venti anni, su e giù per la regione. Per tutti però Garibaldi e la Toscana vuol dire soprattutto Talamone. Il 5 maggio 1860 Giuseppe Garibaldi ed i suoi volontari partirono da Quarto, a bordo dei piroscafi Piemonte e Lombardo. Leggenda vuole che i contrabbandieri genovesi approfittassero del caos della partenza per far sparire l’unica barca che trasportava munizioni e il generale si accorse presto di avere solo fucili inservibili, decidendo di approdare in Toscana.

Fu proprio Giuseppe Bandi a suggerirgli di fermarsi a Talamone, poco più di quattro case arroccate sul porto, dove comandava la fortezza il lucchese Giorgio Giorgini, fratello di Giovan Battista, docente all’Università di Siena. «È un buon uomo, gli leveremo la pelle...» disse Bandi al generale, aggiungendo che conosceva bene anche il gonfaloniere di Orbetello ed il prete. «Vedemmo di lontano un villaggio, una torre svelta, sottile, lanciata al cielo; una bandiera su quella agitata dal vento. Bandiera italiana, villaggio toscano. Era Talamone. Che paese di povera gente! Carbonai e pescatori. La nostra discesa li ha rallegrati», racconta Cesare Abba e la gioia fu reciproca. Era il 7 maggio ed i garibaldini, fiaccati dal mal di mare, si precipitarono a terra. A Talamone arrivarono anche i 77 volontari livornesi guidati da Andrea Sgarallo ed i 22 di Massa Marittima, con 47 fucili e denaro raccolti da Giulio Lapini, che si unirono ai soldati al comando di Zambianchi (uomo che godeva di pessima fama per aver fucilato tre preti), inviato da Garibaldi ad «invadere» il Regno Pontificio per far credere che Roma fosse il vero obiettivo dei Mille. Il primo giorno nella cittadina toscana filò via tranquillo e Stefano Turr, ungherese, riuscì ad ingannare il gonfaloniere di Orbetello facendogli credere che Vittorio Emanuele II appoggiava la spedizione, ottenendo così le preziose munizioni e alcuni cannoni. Anche il secondo giorno i garibaldini furono impegnati in esercizi militari, ma alla sera, complice qualche fiasco di vino di troppo, i volontari si misero a caccia di donne, distribuendo pizzicotti a raffica a signore e signorine che ebbero la sfortuna di incrociarli (tanto che ancora decenni dopo le camicie rosse a Talamone erano chiamate i pizziconi). Prima che la situazione degenerasse Bandi, corse sul Piemonte dove il generale riposava: «La furia che gli balenò negli occhi fu un vero lampo —ricorda il giornalista— Si cinse la sciabola, saltò con me nel canotto e pigliammo terra ». Un paio di urli furono sufficienti: «In un batter d’occhio il paese fu deserto —continua il cronista-militare— Le barche parean poche per tanta gente e vogavano come razzi!».

Il 9 mattina all’alba arrivarono anche i viveri da Grosseto e Garibaldi dette subito l’ordine di alzare le ancore e navigare verso Santo Stefano. Lì, Bandi e Bixio andarono dal funzionario che custodiva il deposito di carbone e dopo che il toscano aveva tentato di convincerlo con le chiacchiere per una decina di minuti, Bixio perse la pazienza e ordinò ai garibaldini che li seguivano di servirsi, prendendo carbone a sufficienza «per andare in Sicilia e occorrendo all’inferno». Garibaldi dovette far fronte ad un nuovo imprevisto: decine di bersaglieri, artiglieri e militi della guardia di finanza dettero l’assalto alle navi per partecipare alla spedizione, incuranti del fatto che la diserzione fosse un reato grave. Il generale, che aveva dato la sua parola sul fatto che non avrebbe accettato soldati dell’esercito italiano, li fece risbarcare tutti nonostante le proteste, ma quattro di loro riuscirono a non farsi scoprire e arrivarono così a Marsala. Nel pomeriggio il Piemonte e il Lombardo lasciarono la Toscana (chissà se Garibaldi seppe che quello stesso giorno fu destituito il gonfalonierie di Orbetello, colpevole di avergli dato munizioni e armi), mentre il barone di ferro Bettino Ricasoli, che lo aveva fatto spiare, fu informato dal prefetto di Grosseto che i garibaldini erano sbarcati vicino Tarquinia, salvo poi aggiungere che la notizia non era certa.

La Toscana si mobilitò per la gran pazzia sulle ali del patriottismo. A Calambrone si riunirono 1.200 volontari (800 di Livorno) ed il 19 giugno salparono per la Sicilia ed altri 2.000 toscani raggiunsero le camicie rosse più tardi, mentre a Firenze gli animatori della rivoluzione dell’aprile 1859 che portò alla partenza del Granduca Leopoldo II e la folta colonia di anglobeceri, guidata da Elisabeth Barret Browling, facevano propaganda per Garibaldi anche se i mazziniani erano delusi dal suo slogan «Viva l’Italia! Viva Vittorio Emanuele! ». Con grande commozione fu accolta la notizia della morte a Calatafimi di Cesare Gattai, livornese, portabandiera dei Mille, ma il vessillo salvato a Curtatone e Montanara e consegnatogli alla partenza da Quarto riuscì alla fine ad essere riportato a Livorno. Il nizzardo era arrivato in Toscana per la prima volta nel 1848, già famoso ed idolatrato, ma con gli eserciti di mezza Europa alle costole. Con Anita e una settantina di legionari italiani di Montevideo, Garibaldi fu accolto trionfalmente a Livorno e poi in treno raggiunse Firenze dove lanciò il celebre «Indirizzo ai Toscani» affinchè lo seguissero, infiammò i patrioti in un incontro pubblico al teatro Goldoni e proseguì per l’Emilia. L’anno successivo niente trionfi, ma la ritirata verso San Marino con la Legione dopo la sconfitta della Repubblica Romana —Arezzo gli chiuse le porte in faccia, spinta dai proclami del poeta conservatore Guadagnoli— e la trafila, la fuga partita dalla Romagna toscana verso il Tirreno per eludere la caccia degli austriaci dopo la tragica morte di Anita nella paludi di Ravenna. Garibaldi, in incognito e accompagnato solo dal Capitan Leggero, attraversò tutta la Toscana da nord a sud, aiutato da popolani e nobiluomini, e con un po’ di fortuna riuscì a raggiungere Cala Martina e poi l’Elba da dove si mise in salvo raggiungendo la Liguria. Nel 1859 Ricasoli lo nominò comandante della Divisione Toscana e dopo i Mille, il ritorno di Giuseppe Garibaldi fu il più inatteso.

Il generale arrivò in Toscana nell’autunno 1862 per farsi operare alla gamba ferita sull’Aspromonte da un colpo di fucile dell’esercito italiano. A Pisa lo aspettava Ferdinando Zannetti, chirurgo fiorentino: erano passate settimane dalla ferita, ma la pallottola era sempre dentro la gamba del celebre condottiero, procurandogli dolori atroci. Zannetti lo operò con una tecnica da lui inventata ed oltre alla gratitudine di Garibaldi ottenne subito la fama, con il suo nome scritto sui quotidiani di tutta Europa. Quattro anni dopo Garibaldi arrivò a Firenze —diventata capitale d’Italia— ed il suo giro in carrozza, al fianco il fornaio rivoluzionario Giuseppe Dolfi, elettrizzò tutta la città. Il 1867 è ultimo anno del generale-deputato in Toscana, con una breve sosta prima del viaggio di propaganda in Veneto per «Roma capitale», e due arresti. Garibaldi, che continuava a predicare la liberazione di Roma con le armi, era diventato scomodo e il 24 settembre, al suo avvicinarsi al territorio pontificio, fu arrestato a Sinalunga, provocando a Firenze una sollevazione popolare che pose fine alla carriera politica di Urbano Rattazzi, il primo ministro che si rifugiò precipitosamente a Palazzo Pitti.

Garibaldi fu esiliato a Caprera, ma vi rimase poco: arrivato a Vada navigando da solo con una piccola imbarcazione, si diresse di nuovo verso il sud dopo aver arringato il popolo a Firenze. Il 4 novembre, a Figline Valdarno, i carabinieri bloccarono il treno per arrestarlo, ma questa volta si rischiò lo scontro a fuoco. «Fermi, non spargete sangue italiano, ve lo proibisco! » ordinò Garibaldi ai suoi che avevano impugnato le armi, aggiungendo al comandante dei carabinieri «E voi usate la forza! ». Il generale fu portato di peso giù dal treno, issato sulla carrozza e condotto alla fortezza di Varignano, vicino a La Spezia. L’Eroe dei due mondi non tornò più in Toscana e alla sua morte la regione fu percorsa da un brivido di lutto. In tanti raccontando le sue battaglie dissero «io c’ero» e mostrarono le sue «reliquie». Arrivarono un profluvio di libri — le sue «Memorie» furono stampate a Firenze nel 1887 da La Barbera —, poemi, statue, sacrari e lapidi (253 secondo un censimento, a ricordo di momenti epici, ma anche di brevissime soste e perfino di una capatina in uno studio fotografico), cerimonie commemorative, perfino il Ponce chiamato così in suo onore. E finite commozione e retorica, rimasero il rimpianto del tempo che fu e un’Italia ancora da costruire.

 

fattori garibaldi ad aspromonte
Giuseppe Garibaldi ferito sull'Aspromonte ritratto da Giovanni Fattori

 

 

 

Autore

Mauro Bonciani

 

 

 

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